Il mio processo creativo segue un percorso preciso:
realizzo a mano l’opera su tavoletta digitale,
la elaboro con diversi software per ottenere determinati effetti,
impiego l’intelligenza artificiale per modulare luci, texture e atmosfere,
ritorno ai programmi tradizionali per rifinire e ricomporre l’immagine finale.
È un processo “naturale”?
No, assolutamente no.
Come ho spiegato più volte, nella mia arte la tradizione del disegno a mano si fonde con la tecnologia, in un equilibrio instabile ma vitale tra gesto e algoritmo.
Le mie opere sono “opere” in senso assoluto?
No. Sono effimere, come tutto ciò che vive nel presente.
Quando qualcuno ne acquista una, dico spesso: «Quando vi stancherete, potete bruciarla o gettarla via.»
Perché sono tutte stampate su carta o cartone, fragili e destinate a durare solo quanto l’interesse di chi le guarda.
Molti restano sorpresi da questa mia affermazione, ma la mia è un’arte che vive il momento, non pensata per l’eternità.
Questo concetto piace o non piace?
Non importa.
Chi sceglie una mia opera ha il diritto di farne ciò che vuole.
In realtà, non è un’idea del tutto nuova: nel 2018 Banksy fece autodistruggere la sua celebre Girl with Balloon subito dopo la vendita all’asta da Sotheby’s per oltre un milione di sterline.
Un tritadocumenti nascosto nella cornice tagliò il dipinto, che venne ribattezzato Love is in the Bin.
Quando l’opera fu rivenduta nel 2021, raggiunse 22 milioni di euro.
Oggi, per me, l’arte è lo specchio di una società consumistica, che divora, rigenera e dimentica.
E ai miei detrattori, che insinuano falsità o cercano di sminuire il mio lavoro, va la mia più sincera gratitudine: senza rendersene conto, amplificano la mia voce e diventano il megafono della mia visibilità.
È pubblicità gratuita, e li ringrazio dal profondo del cuore.
